Juliette - Capitolo 2

scritto da Nigthafter
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Immagine di Nigthafter
Autore del testo Nigthafter
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Si fermò sul molo, caricò la pipa con il nuovo tabacco, l’accese e tirò una lunga boccata. Il vento gli schiaffeggiava il viso con spruzzi leggeri.
- Nota dell'autore Nigthafter

Testo: Juliette - Capitolo 2
di Nigthafter

Juliette - Capitolo 2


Seduto sul bordo del letto, Marcel Dubois lasciò vagare lo sguardo per la stanza.
Era esattamente come se l’era aspettata: modesta fino all’osso.
Sul comodino di noce scuro, una lampada con paralume di stoffa ingiallita lottava contro l’inclemenza degli anni.
Accanto, un vasetto di porcellana sbeccata conteneva un mazzetto di fiori secchi.
Quando li sfiorò con due dita, si ridussero in polvere senza quasi opporre resistenza.
Aprì distrattamente il cassetto. Dentro, come un oggetto dimenticato, c’era una vecchia Bibbia. Copertina rigida, finta pelle nera, lettere dorate mezzo cancellate.
La prese in mano: era consumata agli angoli. Un mezzo sorriso gli colorì il viso.
Nella Francia laica e orgogliosa, trovare una Bibbia in una pensione di provincia era quasi esotico.
O Madame Auger era assai devota, oppure aveva semplicemente copiato l’idea da qualche film americano.
In ogni caso, quel libretto nero gli parve un piccolo segno ironico del destino, quasi che lui, scrittore di romanzi horror, necessitasse di un qualche esorcismo.
Caricò lentamente la pipa, l’accese e tirò una boccata.
Socchiuse la finestra per disperdere il fumo.
Fuori la pioggia aveva smesso di cadere, ma l’aria era ancora umida e pesante, impregnata dell’odore di terra bagnata e salsedine.
Rimase lì, con la Bibbia ancora in grembo, a chiedersi, divertito, quanto tempo avrebbe resistito prima di aprirla.

Nessuno era ancora venuto a chiamarlo. Evidentemente Madame Auger quella mattina era impegnata nelle sue commissioni in paese.
Da quando era arrivato, per via del freddo che regnava nella stanza, non si era ancora tolto il field jacket indossato durante il viaggio.
Tanto meglio, pensò. Visto che la pioggia era cessata e la padrona non si faceva viva, ne avrebbe approfittato per dare un’occhiata al paese.
Serrò la zip del giaccone, uscì dalla camera e scese al piano di sotto.
La hall era deserta. Probabilmente, in quella stagione, era l’unico ospite della pensione.
- Monsieur esce?
Marcel si voltò con la porta già mezza aperta.
Il vecchio René era spuntato dietro il bancone della reception, silenzioso come uno spettro, con uno strofinaccio grigio tra le mani.
Marcel pensò che quel tipo avrebbe potuto figurare benissimo in uno dei suoi racconti.
- Sì, René. Visto che ha smesso di piovere, vado a farmi un giro in paese. L’anziano annuì lentamente, senza mai staccare gli occhi da lui, mentre passava lo strofinaccio sul bancone con gesti lenti e metodici.
- Devo dire a Madame che pranzerà fuori?
- Boh, non ho ancora deciso. Comunque è meglio che non mi aspetti. C’è un bistrot o una locanda dove si possa mangiare qualcosa qui in paese?
René gli rivolse uno sguardo di compassionevole biasimo, come se stesse parlando con un turista un po’ ingenuo.
- Se monsieur si accontenta, nella piazza più avanti c’è la locanda di Gaspard. Dicono che si mangi bene.
- Perfetto, René. Grazie.

Marcel uscì nell’aria fredda e umida della mattina.
L’odore di pioggia, salsedine e foglie marce stagnava ovunque.
Il paese si chiamava Escalles-sur-Dunes, anche se il mare e la spiaggia sabbiosa restavano ancora qualche centinaio di metri più in basso, nascosti oltre la discesa.
La piazza principale era poco più di un quadrilatero irregolare di pietre consumate.
Al centro, un platano storto e mezzo spoglio perdeva le ultime foglie della stagione.
Marcel si guardò intorno senza fretta, le mani sprofondate nelle tasche del field jacket. Sulla destra si alzava la chiesa di granito grigio, tozza e severa come quasi tutte le chiese della costa normanna.
Di fronte, l’ufficio postale esibiva una bandiera francese fradicia d'acqua che pendeva floscia dal pennone.
Accanto, il bistrot di Gaspard aveva le finestre appannate e l’insegna di ferro che cigolava lamentosa al vento.
Proseguì lungo il perimetro della piazza.
Il vecchio negozio di fotografia sembrava congelato negli anni Settanta: rullini Kodachrome, macchine usa e getta e spose sorridenti dai colori sbiaditi.
Poco oltre, un negozietto di souvenir vomitava faraglioni di resina, magliette a righe e fari in miniatura.
Tutto molto pittoresco. Tutto decisamente morto.
Si fermò di colpo davanti alla libreria-tabaccheria «Chez Léa».
Nella vetrina, tra guide turistiche e romanzi rosa, spiccavano tre suoi libri.
Edizioni tascabili di cinque anni prima.
“L’ombra che ride, Notte di plenilunio e La casa delle donne morte.”
Marcel sentì un piccolo nodo allo stomaco.
Non sapeva se fosse soddisfazione o imbarazzo.
Vedere i propri romanzi horror esposti in quel paesino dimenticato da Dio gli parve insieme un complimento e una burla del destino.
Entrò. Il campanello sopra la porta tintinnò. Odore di carta vecchia e caffè.
Una donna di mezza età dietro il bancone gli fece un cenno cortese.
Marcel rispose con un mezzo sorriso, diede una rapida occhiata agli scaffali e uscì salutando con un cenno del capo, senza dire una parola.
Poco più avanti comprò un pacchetto di Saint-Claude Bleu e due scatole di fiammiferi dal tabaccaio, che lo guardò perplesso quando chiese il suo solito tabacco inglese. Evidentemente lì non arrivava.
Da una piccola boulangerie usciva un profumo caldo di pane e burro che, per qualche secondo, gli ricordò che non aveva ancora niente nello stomaco.
Al termine della piazza imboccò la strada che scendeva verso il porto.
Le case si facevano più basse, i tetti di ardesia più scuri.
Man mano che avanzava, l’odore di mare diventava più denso: sale, alghe, nafta, legno bagnato e quel fondo indefinibile di pesce e decomposizione dolciastra.
Sbucò sul piccolo porto protetto da due moli di pietra.
Una decina di barche da pesca dondolavano pigramente.
Reti stese ad asciugare, gabbiani che urlavano rauchi sopra le teste.
L’acqua era grigio-verde, opaca, mossa da un’onda pigra.

Si fermò sul molo, caricò la pipa con il nuovo tabacco, l’accese e tirò una lunga boccata.
Il vento gli schiaffeggiava il viso con spruzzi leggeri.
Per un momento si sentì quasi in pace.
Poi sorrise tra sé, perché sapeva benissimo che quella pace, era sempre solo provvisoria.
Il molo era ancora umido della pioggia notturna.
Marcel camminava lentamente, con le mani infilate nelle tasche, la pipa stretta tra i denti. Il fumo aromatico del tabacco si disperdeva nell’aria fredda del mattino.
Osservava le barche una dopo l’altra, leggendone il nome: la Marie-Jeanne, la Saint Yves, la vecchia Cormoran.
La maggior parte mostrava i segni della vita quotidiana: reti stese ad asciugare, casse di polistirolo impilate, radio che gracchiavano previsioni del tempo.
Poi la vide. La “Marianne”, un piccolo chalutier. Era ormeggiata un po’ in disparte, verso la fine del pontile nord.
Ma qualcosa non quadrava. Non c’erano reti a bordo, né stivali lasciati sul ponte, né il solito rumore di qualcuno che trafficava sottocoperta.
Un foglio A3 plastificato, bianco e giallo, era fissato con del nastro adesivo spesso sulla porta della cabina. Le lettere in grassetto spiccavano anche da qualche metro di distanza: “NAVIRE PLACÉ SOUS SÉQUESTRE ADMINISTRATIF - Immobilisation par ordre de la Capitainerie du Port. - Accès interdit sans autorisation - Enquête en cours – DDTM 76.”
Sotto, un timbro ufficiale e un numero di protocollo.
Due sigilli di carta numerati erano stati applicati sulla maniglia della porta e sul boccaporto principale.
Un semplice lucchetto chiudeva la catena dello scalino di accesso.
Marcel inclinava leggermente la testa, come cercando di leggere meglio da lontano.
Si fermò, tirò una boccata più lunga del solito.
Quella barca non sarebbe andata da nessuna parte, per un bel po’.

(Continua)

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